martedì 17 maggio 2016

LA QUESTIONE DELLA LINGUA: ALESSANDRO MANZONI

Con il termine ‘questione della lingua’ si è soliti indicare una storica disputa in ambito letterario per identificare quale lingua utilizzare nei territori della penisola italiana. Tale dibattito iniziò di fatto al principio del 1300 con il trattatto De vulgari eloquentia (in lingua latina) di Dante Alighieri, ebbe una fase acuta agli inizi del 1500 e continuò a fasi alterne fino all’epoca di Alessandro Manzoni con il quale si ebbe una svolta importante. Egli affrontò la questione della lingua in un primo tempo per ragioni artistiche e religiose, e in un secondo tempo per ragioni civili e patriottiche. Le ragioni artistiche e religiose sono connesse alla composizione dei Promessi Sposi. Accingendosi a scrivere il romanzo, Manzoni si pose il problema di un linguaggio che fosse in armonia con la sua poetica, la quale, facendo dell’opera d’arte un mezzo di elevazione morale e di apostolato delle verità cristiane in mezzo al popolo, esigeva l’uso di un linguaggio chiaro, semplice, facile, accessibile a tutti, popolare. Le ragioni civili e patriottiche si imposero in un secondo tempo, quando via via che si realizzava l’unità d’Italia, egli si pose il problema di una lingua comune, unica e unificante che favorisse l’unità spirituale degli Italiani. Ponendosi il problema della lingua, Manzoni faceva un confronto tra gli Italiani e gli altri popoli. Egli notava, per esempio, che mentre nella Spagna, in Francia, in Inghilterra la lingua letteraria era assai vicina a quella parlata, c’era un abisso, invece, in Italia, tra la lingua scritta e quella parlata. Considerando poi la lingua scritta degli Italiani, il Manzoni notava che essa era antiquata, aulica, dotta, retorica, difficile e incomprensibile per gli ignoranti. Lo scrittore italiano era perciò condannato o ad usare una lingua vicina a quella parlata, per essere vivace e moderno, col rischio però di dare un’impronta dialettale alla sua opera e di confinarla nell’ambito della sua regione, oppure ad usare la lingua letteraria della tradizione, col rischio però di vedere la sua opera compresa solo dai dotti di tutte le regioni italiane, ma naturalmente ignorata dal popolo. Occorreva perciò una lingua che fosse nello stesso tempo moderna ed unitaria: per essere moderna, occorreva che fosse una lingua parlata, per essere unitaria occorreva scegliere e avere come modello una particolare lingua parlata. Per il Manzoni la lingua unitaria degli Italiani doveva essere il fiorentino, ma non quello scritto della tradizione letteraria, caro ai puristi, ma quello parlato dalle persone colte di Firenze, nei bisogni della vita pratica. Si trattava di una rivoluzione vera e propria, perché la teoria manzoniana abbatteva finalmente lo steccato che da secoli si era alzato in Italia tra la lingua dei letterati e quella del popolo, e, uniformandosi ai postulati del romanticismo, diffondeva l’uso di una lingua semplice, chiara, spontanea, popolare. Alessandro Manzoni mise in pratica la sua teoria con intelligenza e moderazione, accogliendo nella sua prosa, quando era necessario, ai fini della precisione e della chiarezza, anche i termini non fiorentini, ricavati dalla tradizione culturale italiana e straniera.

ATTIVITA'
E oggi, quale lingua parliamo? In che modo si è evoluta la lingua italiana?

lunedì 16 maggio 2016

LEOPARDI E LA QUESTIONE DELLA LINGUA

Volendo riassumere in breve la posizione leopardiana intorno alla  questione della lingua si dirà che egli, pur su una linea comune di affermazione dei valori della tradizione linguistico-letteraria, in opposizione al padre Cesari, al Puoti e agli altri Puristi (che in modo assolutamente conservativo propugnavano un ritorno della nostra lingua all’uso trecentesco, senza preoccuparsi della natura dinamica di essa come di ogni altra lingua) sostenne che il secolo di Dante non aveva esaurito del tutto i valori della lingua italiana che, anzi, solo successivamente ebbe modo di raggiungere splendidamente la sua acmè nel ‘500, il  secolo veramente aureo della nostra cultura non solo letteraria, allorché l’Italia, come sostiene il poeta, ebbe: <<coltivatori di ogni sorta di cognizioni e nel tempo stesso diligenti, studiosi e coltivatori della lingua, ed in se stessa una vita piena di varietà, di azione, di movimento ec. ec.>>. Da quest’ultima affermazione risulta che l’autore dei Canti condividesse il precetto illuministico-romantico della lingua quale organismo vivente soggetto ai movimenti della Storia, come dimostra più chiaramente la seguente ed interessante ipotesi leopardiana, consegnata il 31 luglio 1822 alle pagine dello Zibaldone, e sostenuta con abbondanza di considerazioni storiche, politiche e filologiche non meno che fantastiche dietro le quale vediamo rispuntare l’influenza del pensiero vichiano o la probabile  mediazione del Cesarotti: << La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la storia delle lingue è la storia della mente umana (L’histoire de chaque langue est l’histoire des peuples qui l’ont parlé ou qui la parlent, et l’histoire des langues est l’histoire de l’esprit humain>>. Pertanto sarebbe stato insensato, sia cercare di fermarla, immobilizzandola, sia bloccarne lo sviluppo retrocedendola addirittura nel passato, come pretendevano di fare ad apertura di secolo (fra il 1806 e il 1811) quelli che sotto le bandiere del cosiddetto << purismo >> propugnavano un esclusivo ritorno al Trecento, quel tanto lodato e benedetto secolo d’oro nel quale, a loro modo d’intendere, tutti parlavano e scrivevano bene.


mercoledì 13 aprile 2016

IL ROMANTICISMO ARTISTICO

Romantici furono grandi scrittori e poeti inglesi come Byron e Shelley, e i francesi Victor Hugo e Alphonse de Lamartine, o il drammaturgo tedesco Friedrich Schiller. In Italia aderirono al movimento scrittori come Giovanni Berchet e Giovanni Prati, ma furono vicino per molti aspetti al Romanticismo anche un grandissimo poeta come Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni nel suo periodo giovanile.
Al movimento romantico si avvicinarono grandi pittori come lo spagnolo Francisco Goya e i francesi Géricault e Delacroix, e musicisti come Beethoven, Schubert, Chopin, Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi. Molti romantici, poeti e romanzieri, musicisti e pittori sostennero l'ideale della libertà dei popoli, il valore dell'idea di nazione e di patria, con la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi.
Grandi veicoli di trasmissione delle idee romantiche e liberali furono l'esercito e il servizio militare, i viaggi all'estero, le letture pubbliche nei salotti aristocratici e borghesi, le scuole e le università.
Studenti e professori, così come ufficiali e soldati, spesso reduci del vecchio esercito napoleonico, furono tra i primi artefici della propaganda romantica e liberale, in Italia, in Francia, in Spagna.
Il viandante sul mare di nebbia (1811) Caspar David Friedrich
- (Der Wanderer über dem Nebelmeer) è un dipinto ad olio su tela.

ATTIVITA'
Quali aspetti identificano il dipinto "Il viandante sul mare di nebbia" di Caspar David Friedrich emblema del movimento romantico?

martedì 1 marzo 2016

VERSO LA PRIMA GUERRA D'INDIPENDEZA

 
Gli antefatti della Prima Guerra d'Indipendenza sono da ricercarsi nel clima generale che regnava in Europa e in tutta la penisola, dove le insurrezioni si susseguivano. In Italia le città insorgevano nei confronti del dominio austriaco e la prima fu Venezia, il 17 Marzo 1848. Dopo appena 5 giorni venne proclamata la rinascita della Repubblica, configurando il primo successo. Gli avvenimenti preoccuparono il vice governatore di Milano, che decise di costituire una guardia civica presidiata da soldati austriaci e con al comando il maresciallo Radetzky. Nonostante questo la popolazione insorse tra il 18 e il 22 Marzo 1848, periodo chiamato "Cinque Giornate di Milano". Al termine del conflitto le truppe straniere furono allontanate dalla città e il maresciallo Radetzky dovette rifugiarsi nelle "fortezze del Quadrilatero" (Mantova, Peschiera, Verona e Legnago). Carlo Alberto di Savoia, Re del Regno di Sardegna, era ben consapevole che il suo esercito fosse impreparato a un combattimento. Nonostante questo, per le pressioni di personaggi influenti tra cui Cavour, il 23 Marzo 1848 si intervenne a fianco degli insorti lombardi. Tale evento segna l'inizio della Prima Guerra di Indipendenza, cui parteciparono anche reparti volontari provenienti da tutta Italia. Tra questi, i reparti toscani bloccarono un'offensiva austriaca a Curtatone e a Montanara, sconfiggendo poi definitivamente i nemici a Goito. Gli abitanti dei Ducati padani, della Lombardia e di Venezia, tra maggio e luglio 1848 votarono per l'annessione al Regno di Sardegna. La situazione cambiò drasticamente quando, il 29 aprile, il Papa dichiarò di non voler partecipare a una guerra contro un Paese cattolico come l'Austria. Di conseguenza il Regno delle Due Sicilie, lo Stato Pontificio e la Toscana ritirarono le truppe, indebolendo in modo determinante l'esercito piemontese, che fu costretto alla resa e alla firma dell'armistizio il 9 Agosto 1848.
                                                        
Carlo Alberto di Savoia, Re del Regno di Sardegna, era ben consapevole che il suo esercito fosse impreparato a un combattimento. Nonostante questo, per le pressioni di personaggi influenti tra cui Cavour, il 23 Marzo 1848 si intervenne a fianco degli insorti lombardi. Tale evento segna l'inizio della Prima Guerra di Indipendenza, cui parteciparono anche reparti volontari provenienti da tutta Italia. Tra questi, i reparti toscani bloccarono un'offensiva austriaca a Curtatone e a Montanara, sconfiggendo poi definitivamente i nemici a Goito. Gli abitanti dei Ducati padani, della Lombardia e di Venezia, tra maggio e luglio 1848 votarono per l'annessione al Regno di Sardegna. La situazione cambiò drasticamente quando, il 29 aprile, il Papa dichiarò di non voler partecipare a una guerra contro un Paese cattolico come l'Austria. Di conseguenza il Regno delle Due Sicilie, lo Stato Pontificio e la Toscana ritirarono le truppe, indebolendo in modo determinante l'esercito piemontese, che fu costretto alla resa e alla firma dell'armistizio il 9 Agosto 1848.
 
CLICCA E VEDI IL VIDEO DELLA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA IN TUTTE LE FASI: LE FASI DELLA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA
 
 
ATTIVITA'
Quali furono le condizioni poste dall'Austria nella pace di Milano (10 agosto 1849)?
 
 

ARTE NEOCLASSICA E ARTE ROMANTICA

IL NEOCLASSICISMO


Il Neoclassicismo è la logica conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. Nel secondo Settecento si affermano orientamenti estetici nei quali prendono importanza finalità come la promozione di un'umanità nuova, più semplice e libera, vicina alla natura e al tempo stesso capace di seguire la ragione. Il nuovo intellettuale, come era prospettato dalla voce “Filosofo” dell'Enciclopedia, doveva, tra l'altro, attribuire un valore pratico ed utile al sapere ed essere socialmente impegnato.
Assieme al rifiuto degli eccessi del Barocco e del Rococò, il Neoclassicismo guardava all'arte dell'antichità classica, specie a quella della Grecia che si era potuta sviluppare grazie alle libertà di cui godevano gli uomini delle poleis. In un primo momento questa ripresa classicistica si connotò soprattutto come reazione allo stile barocco e alle sue frivolezze, contrapponendo ai soggetti piacevoli ed edonistici temi di maggiore impegno e ai virtuosismi e agli illusionismi pittorici degli effetti più misurati, basati sulla compostezza della linea e sulla stesura uniforme del colore.
Il termine fu coniato alla fine dell'Ottocento con intento dispregiativo per indicare un'arte non originale, fredda e accademica.
Tuttavia esso ben comunica il desiderio di ritorno all'antico e la volontà di dar vita a un nuovo classicismo. Gli scavi di Ercolano e di Pompei proponevano agli sguardi attoniti dei contemporanei architetture, affreschi, statue, arredi, gioielli d'uso quotidiano di due cittadine di provincia sepolte dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Il movimento neoclassico ebbe come sede privilegiata Roma, fonte inesauribile d'ispirazione classica, il suo massimo teorico fu il tedesco Johann Joachim Winckelmann. Il mondo dei Greci e dei Romani assumeva il volto, negli scritti di Winckelmann e di altri teorici del movimento, di una perfezione ideale, confinata in una lontananza irrecuperabile eppure ancora capace di spingere gli artisti contemporanei all'emulazione del repertorio iconografico e figurativo e della mentalità degli antichi per farne rivivere lo spirito e, soprattutto, per interpretare gli ideali e sogni del presente.
La riflessione su ciò che è bello dal punto di vista dell'arte affonda le sue radici nel pensiero filosofico greco, ma solo col secolo XVIII si assiste alla nascita di una disciplina filosofica apposita, l'Estetica, finalizzata alla comprensione del bello e dell'arte. Il primo ad utilizzare in questi termini la parola estetica fu, nel 1735, il filosofo tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten nel libro Aesthetica, e furono riprese poi da Immanuel Kant nella Critica del giudizio. La novità che si fa strada nel corso del secondo Settecento è invece proprio una concezione unitaria delle varie arti, per cui esse hanno in comune un medesimo riferimento ad un ideale di bellezza e si distinguono nettamente dalle tecniche, alle quali pure in passato veniva attribuito il nome di “arti”.
 
E' la copia romana di una statua greca del IV sec. a.C. Essa rappresenta l'idealizzazione della bellezza maschile e il realismo del panneggio. Gli artisti del Rinascimento considerarono quest'opera un modello di perfezione da tentare di raggiungere con ogni possibile sforzo.


 
 
 
 
 
 
 CLICCA E VEDI IL VIDEO: IL RINASCIMENTO
 



 
 
 
 La statua di Apollo del Belvedere, Musei Vaticani.
 
 

 
Il gruppo scultoreo di Laocoonte e i suoi figli (I sec. d. C.) è una scultura monumentale di marmo che raffigura il famoso episodio narrato nell'Eneide di Virgilio.
Il troiano Laocoonte si vede assalito da due serpenti marini, per aver gridato ai Troiani che era pazzia fidarsi dei doni (il cavallo) dei Greci. Fu punito così da Poseidone che aveva già deciso sconfitta e la distruzione di Troia.
 


Il Gruppo del Laocoonte, Musei Vaticani.
 
NEOCLASSICISMO E ROMANTICISMO
Neoclassicismo e romanticismo costituiscono due importanti fasi di uno stesso processo storico e, pur sembrando a prima vista assolutamente antitetiche, risultano in realtà tra loro profondamente connesse sul piano artistico e culturale.

Secondo lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan il Neoclassicismo “non è altro che una fase della concezione romantica dell'arte”, in quanto in entrambe le correnti si avrebbe il prevalere di un “fattore ideologico, talora esplicitamente politico” in sostituzione del “principio metafisico della natura come rivelazione”.
Mentre il Neoclassicismo si fa promotore del ritorno all'ordine, alla regolarità e alla disciplina, ispirandosi ai modelli classici, il Romanticismo esalta la fantasia, la sensibilità personale e la malinconia, esasperando il sentimento e rifiutando tutto ciò che si poteva in qualche modo ricollegare con il razionalismo illuminista che del Neoclassicismo aveva costituito la base teorica.
Gli artisti e gli intellettuali romantici, pur contrapponendosi in modo vivace a quelli neoclassici, hanno di fatto una formazione assai simile e sono nutriti degli stessi studi. I Neoclassici fanno appello direttamente al mondo della classicità greco-romana, mentre i Romantici, dal canto loro, tendono a riconoscersi nella spiritualità del Medioevo, visto come periodo di origine dei sentimenti e dell'orgoglio nazionali.
Il modo di vedere e di sentire la natura, ad esempio, rende perfettamente l'idea della radicale contrapposizione ideologica dei due movimenti. L'uomo romantico si sente parte integrante della natura e vi si immerge profondamente, personalizzandole e modificandola in funzione dei propri stati d'animo e delle proprie necessità espressive. L'uomo neoclassico, al contrario, si sforza di rimanerne estraneo e di indagarne razionalmente le caratteristiche al fine di padroneggiarla, negandole volutamente qualsiasi valore poetico ed espressivo.
In un caso e nell'altro, comunque, l'arte tende a diventare stile, cioè insieme omogeneo di regole, di tecniche e di contenuti facilmente individuabili e altrettanto facilmente trasmissibili attraverso le scuole d'arte e le accademie. In questo modo si arriva a creare una sorta di gusto nazionale egemone, generalmente ritenuto valido sia sul piano formale (estetico) sia su quello dei contenuti (etico) ottenendo il risultato di controllare (ed eventualmente contrastare) l'emergere di personalità o movimenti artistici in disaccordo con gli indirizzi ufficiali.
Inoltre nel corso dell'Ottocento si affermò una nuova soggettività dell'esperienza artistica, da cui dipese il superamento della tradizionale suddivisione dei generi artistici e del sistema di regole convenzionale, un fatto di portata enorme che diede avvio alla grande pittura inglese, tedesca e francese (Turner e Constable, Runge e Friedrich, Delacroix e Daumier).
 
ATTIVITA'
Rispondi brevemente alla domanda:
In che cosa consiste la polemica classico-romantica?

 

giovedì 11 febbraio 2016

IL 10 FEBBRAIO COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELLE FOIBE

 

Dopo la "Giornata della memoria" del 27 gennaio per le vittime della Shoah, il 10 febbraio in tutta Italia si celebra il "Giorno del ricordo" per non dimenticare i cinquemila italiani massacrati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945.

Uccisi dai partigiani comunisti di Tito solo perché erano italiani: una "pulizia" politica ed etnica in piena regola, mascherata come azione di guerra o vendetta contro i fascisti.

In realtà nelle cavità carsiche chiamate foibe vennero gettati ancora vivi, l'uno legato all'altro col fil di ferro, uomini, donne, anziani e bambini che in quel periodo di grande confusione bellica si erano ritrovati in balìa dei partigiani comunisti jugoslavi.

 Il "Giorno del ricordo" non è solo dedicato alle vittime delle foibe, ma anche alla grande tragedia dei profughi giuliani: 350 mila costretti all'esodo, a lasciare case e ogni bene per fuggire con ogni mezzo in Italia dove furono malamente accolti.

In gran parte finirono nei campi profughi e ci rimasero per anni. Uno di questi campi fu organizzato anche a Fertilia. Per mezzo secolo sulle stragi delle foibe e sull'esodo dei giuliani si è steso un pesante silenzio.

domenica 31 gennaio 2016

CANTI E POESIE PER UN'ITALIA UNITA

 
Il testo dell' inno nazionale

Quello che segue è il testo completo della poesia originale scritta da Goffredo Mameli, tuttavia l'inno italiano, così come eseguito in ogni occasione ufficiale, è composto dalla prima strofa e dal coro, ripetuti due volte, e termina con un "Sì" deciso.
 
 
Mentre leggi qui sotto, ascolta L'INTERA ESECUZIONE DELL'INNO.
  1. Qui il poeta si riferisce all'uso antico di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che portavano invece i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma perché le venga tagliata quale schiava di Roma sempre vittoriosa. Torna alla poesia di Mameli
  2. La coorte (cohors, cohortis) era un'unità da combattimento dell'esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell'antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l'oppressore.
  3. La Battaglia di Legnano (29 maggio 1176), con cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa , qui simbolo dell'oppressione straniera.
  4. Francesco Ferrucci , simbolo dell' Assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell' Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo , un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d'infamia che l'eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile , traditore , fellone .
  5. Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.
  6. I Vespri siciliani , l'insurrezione del Lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.
  7. Anche la Polonia era stata invasa dall'Austria, che coll'aiuto della Russia l'aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell'Italia: anche nel suo inno ( Mazurca di Dabrowski ) c'è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all' assalto finale a Montecassino .
  8. Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l'Austria, ne segnerà la fine.

GLOSSARIO RETORICO

 
Il significato figurato delle parole
 








Le parole possono essere usate in senso proprio (o denotativo), ma anche in senso figurato, estendendo il loro significato al di là di quello originario:

L'insegnante continuava a spiegare, ma gli alunni avevano staccato la presa. (= non erano più collegati, attenti).


Alla base dell'uso figurato delle parole c'è il senso connotativo che esse assumono, associando al significato proprio, oggettivo della parola sentimenti o giudizi soggettivi:
per esempio, alla parola sole si collegano idee di calore, luce, vita; dicendo "Sei il mio sole", mi riferisco alle connotazioni che ha la parola sole per esprimere la gioia di vivere che mi dà quella persona.
Nuove espressioni figurate vengono continuamente create da scrittori, poeti, pubblicitari, giornalisti, comici, ma anche da persone comuni un po' creative. Quando si diffondono, anche grazie ai mezzi di comunicazione moderna, entrano a far parte del lessico comune.
Sul dizionario sono registrati sia i significati denotativi, sia quelli figurati entrati nell'uso, che vengono aggiornati a ogni nuova edizione. Molte parole della lingua hanno significati derivanti da un uso figurato che è diventato abituale e non viene più notato: le gambe del tavolo, la gru di un cantiere, la rete televisiva, la stella o la diva del cinema, il tifo sportivo ecc. (a volte risulta meno noto o sconosciuto il significato originale).

 
 
 
CLICCA SUL
 
 e leggi le figure più comuni per riconoscerle quando devi analizzare un testo dal punto di vista formale.
 
 
 Per ogni curiosità di retorica e stilistica consultate il testo linkato del prof. Angelo Marchese
 arte artificio sull'uso delle parole

mercoledì 20 gennaio 2016

L'OTTOCENTO: IL SECOLO DELLE LIBERTA'


Il secolo XIX: l’epoca della borghesia.

L’ '800 viene definito il secolo del trionfo della borghesia sia dal punto di vista politico e sociale che economico.  Infatti, durante l’ '800 in tutti i più avanzati paesi europei la classe borghese, in contrasto con l’aristocrazia feudale (o quanto restava dell’antico regime basato sui ceti), progressivamente prende il dominio della società ed  impone delle costituzioni liberali , con elezioni a suffragio ristretto che modificano radicalmente la vecchia concezione dello Stato; infatti contano sempre meno i privilegi di nascita, a favore della capacità individuali. Contemporaneamente si espande la rivoluzione industriale (carbone, acciaio, vapore) che sconvolge la precedente struttura economica, basata sull’agricoltura e sull’artigianato: all’artigiano subentra l’operaio, all’oggetto artigianale il prodotto industriale, si diffondono nuove fonti di energia e tecnologie radicalmente diverse (i motori a vapore, le locomotive, i nuovi macchinari). Il sistema economico capitalista soppianta i modi di produzione e l’economia preindustriale (e la classe sociale ad essi legata: l’aristocrazia): esso è basato, appunto, su società di capitale (cioè società “anonime” per azioni, con un ruolo determinante della banche): solo enormi capitali permettono la rivoluzione industriale. In contemporanea (e in connessione) con questo impetuoso sviluppo economico si espande il colonialismo. Alla fine del secolo tutta l’Africa e quasi tutta  l’Asia ( fanno parziale eccezione solo il Giappone e la Cina) sono colonizzati dalle potenze europee ( in primis Gran Bretagna e Francia): sono i grandi imperi coloniali che offrono le materie prime (e sbocchi mercantili esclusivi) alle industrie europee.

 1814 ( Congresso di Vienna dopo la caduta di Napoleone), 1848 ( moti europei e italiani):
LA RESTAURAZIONE.

Con la caduta di Napoleone si chiude, apparentemente, la parentesi aperta nel 1789 con la Rivoluzione francese: i vecchi ceti sociali tirano un respiro di sollievo e pensano di poter “restaurare “ l’antico regime come se non fosse successo niente: ritornano le vecchie dinastie e i vecchi sistemi con la classica alleanza tra trono (monarchie assolute, aristocrazia) e altare (religione, che vedeva nei principi della rivoluzione francese il diavolo). In realtà la cancellazione dei principi dell ‘89 non è possibile e si susseguono moti e rivolte (1821 - 1831;) con richieste di Costituzioni liberali e di maggiore libertà individuale

La Restaurazione in Italia


In Italia la Restaurazione riporta la situazione pre-napoleonica, con le vecchie dinastie: i Borbone a Napoli e Palermo; i Savoia, in Piemonte, Liguria e Sardegna; i Lorena in Toscana; i piccoli principati padani (Modena, Parma e Piacenza); il Papa nel Lazio, Umbria, Marche, Bologna e Romagna. L’Impero austriaco la fa da padrone, sia territorialmente (il regno lombardo-veneto) sia politicamente (tutti i principali monarchi, con l’eccezione dei Savoia, dipendono o si appoggiano all’imperatore).

In realtà sotto la coltre della Restaurazione anche in Italia molto si muove: le società segrete di patrioti, in particolare la carboneria, mantengono vivi i principi della Rivoluzione francese e organizzano moti e rivolte che esplodono periodicamente, anche come riflesso dei moti liberali europei. Gli obiettivi delle società segrete sono vari: spingere i sovrani a concedere una Costituzione liberale, abolire anacronistici privilegi feudali che la Restaurazione aveva reintrodotto, ottenere le libertà individuali di stampa, associazione; uscire dalla dipendenza austriaca. Si dibatte molto anche sulla unità d’Italia, con diverse ipotesi: una confederazione di più stati,(l’idea federalista di Giovanni Cattaneo) un’unica nazione (una, libera, indipendente e repubblicana come con entusiasmo sostiene Giuseppe Mazzini): è l’inizio di quel periodo chiamato Risorgimento che porterà, nel 1861, alla unità d’ Italia.

1848: le rivoluzioni liberali in Europa e la prima guerra di indipendenza italiana.

Il 1848 è un anno speciale: è addirittura entrato nel linguaggio comune come sinonimo di confusione e stravolgimenti.

In tutta Europa scoppiano rivolte: Parigi,  Vienna, Berlino, Budapest. E, ancor di più, sono rivolte che si concludono con dei risultati concreti: in tutti i principali stati europei entravo in vigore Costituzioni liberali. Il ’48 rappresenta il fallimento della Restaurazione e il trionfo europeo del Liberalismo e della borghesia.

Anche in Italia il ‘48 è un anno di svolta. La rivolta (i moti) scoppiano in tutte le capitali e quasi tutti i monarchi concedono Costituzioni: i Borbone a Napoli, i Lorena a Firenze e Carlo Alberto di Savoia in Piemonte e Sardegna. In realtà solo quest’ultimo (lo Statuto Albertino) sopravvisse al '48 e durò fino al 1946, quando fu sostituito dalla Costituzione Repubblicana.  Insorgono anche Milano e Venezia contro il dominio austriaco. In aiuto dei rivoltosi accorrono patrioti da tutta Italia e, alla fine, anche l’esercito sabaudo capeggiato da Carlo Alberto: è la prima guerra di indipendenza. Dopo varie vicende i piemontesi vengono sconfitti dall’imponente esercito austriaco: Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e va in esilio; su tutta Italia incombe la “seconda restaurazione”: i monarchi ritirano le costituzioni, l’Austria torna ad imporre la sua autorità e ha facilmente vittoria sulle ultime fiamme rivoluzionarie:  le rivolte di Venezia e Brescia, e l’effimera Repubblica romana, sostenuta da Mazzini e difesa dal giovane Garibaldi. Il bilancio italiano del '48 sembra un totale disastro, ma non è proprio così: a Torino Vittorio Emanuele II si rifiuta di abrogare lo Statuto e il Parlamento, e il regno di Sardegna diventa quindi un riferimento e un catalizzatore per le aspirazioni liberali e unitarie.
 
ATTIVITA'
Rispondi alla domanda (max 5 righi): Che cosa s'intende per "Risorgimento italiano"?

giovedì 7 gennaio 2016

LA COMMEDIA DELL'ARTE


LA COMMEDIA DELL'ARTE PUNTO DI PARTENZA DELLA RIFORMA DI CARLO GOLDONI 
Nata circa a metà del sec. XVI, e durata fino all'inizio del XIX, la Commedia dell'Arte si chiamò commedia buffonesca, istrionica, di maschere, all'improvviso, a soggetto; e, in molti paesi stranieri dal sec. XVII in poi, italiana. Ma su tutte queste denominazioni quella di commedia dell'arte prevalse, perché definiva con precisione il suo carattere essenziale; ch'era di essere recitata, per la prima volta in Europa, da compagnie di comici regolarmente costituite, con artisti che vivevano dell'arte loro; in altri termini, da comici di mestiere. Durante il Medioevo, se ne esclude qualche infima categoria d'istrioni, gl'interpreti del teatro religioso e di quello erudito non erano attori di professione. Con la Commedia dell'Arte appare un'organizzazione nuova, di attori specializzati, attraverso un addestramento tecnico, mimico, vocale, perfino acrobatico, e alle volte con una preparazione culturale. Questi attori rappresentavano anche opere più o meno regolari, ossia scritte; e continuarono ad avere nel loro repertorio tragedie, drammi pastorali, e le cosiddette opere regie, ridotte dallo spagnolo. Ma il loro campo vero, per cui divennero in pochi anni famosi in tutta Europa, fu la commedia a soggetto, ossia la commedia di cui non si scriveva se non lo scenario, la trama, lasciandone lo sviluppo dialogico e mimico all'improvvisazione dei comici.
 
La Commedia dell'Arte si è voluta far derivare, secondo alcuni studiosi, dalle farse laziali e campane, che nella letteratura latina precedono la commedia di Plauto. S'è notato che i quattro tipi ricorrenti nelle fabulae tellanae, Pappus, Maccus, Bucco e Dossennus, erano quattro maschere non dissimili, come psicologia, da alcune di quelle che stilizzano i personaggi della Commedia dell'Arte. S'è denunciata la rassomiglianza fra l'abito del mimus albus, il mimo bianco, e quello di Pulcinella; o fra l'abito del mimus centunculus, fatto di toppe variopinte, e quello d'Arlecchino. Si è detto che la parola con cui nella Commedia dell'Arte si designavano i buffoni, Zanni, rassomiglia alla parola sannio "buffone", usata dai Latini. E si può avvertire che le maschere brune che i comici dell'arte portavano sul viso forse ricordano, più che le maschere della tragedia e commedia greco-latina, i volti anneriti e sfigurati dal mosto con cui s'impiastricciavano e si rendevano irriconoscibili i rustici attori dei fescennini. Ma l'ipotesi d'una derivazione diretta della commedia dell'arte e dei suoi tipi, attraverso quasi due millennî, dall'antichità latina al Rinascimento, oggi è generalmente abbandonata. Tipi fissi ce ne sono stati in tutti i generi, di farse e di commedie; appunto per quella esigenza di stilizzazione e di artificio meccanico che è una caratteristica del comico. Zanni e Pulcinelli biancovestiti non sono fioriti soltanto in Italia, ma anche in Grecia (si pensi ai fliaci, con cappuccio, camiciotto e stocco) e in Oriente; buffoni mascherati, pagliacci improvvisatori di dialoghi non imparati rigorosamente a memoria ma soltanto concertati se ne sono avuti in tutti i luoghi e in tutti i tempi: li abbiamo ancora nei circhi equestri.
 
ATTIVITA'
1) Perché la Chiesa condannava la Commedia dell'Arte?
3) Perché la Commedia dell'Arte, negli ultimi anni del Seicento, perdette il suo pubblico?
4) In che modo Goldoni riforma il teatro comico?