martedì 6 ottobre 2015

LA LETTERATURA DEL TARDO CINQUECENTO: MANIERISMO E BAROCCO


Anche se bisogna evitare rigide periodizzazioni, possiamo dire che, a grandi linee:
- il Manierismo caratterizza la seconda metà del Cinquecento
- il Barocco caratterizza il Seicento.
 
Mentre il Barocco rappresenta il momento in cui gli artisti esprimono coscientemente una nuova concezione dell’arte e della cultura (e sottolineano la novità e il carattere di rottura della loro arte rispetto a quella umanistico-rinascimentale), il Manierismo rappresenta un momento di passaggio: esso “partecipa del vecchio senza conservarne lo spirito, ma tende anche al nuovo senza istituirlo a sistema”.
Il Manierismo, infatti, si colloca storicamente in un’età nuova (quella della Controriforma), ma ancora non manifesta una chiara coscienza della fine della stagione umanistico-rinascimentale. E’ il riflesso di un’età di profonda crisi, che non trova ancora una forma originale di espressione.
Inquietudine, instabilità, dissidio interiore, ambiguità sono le cifre della migliore arte manierista, che è arte classicistica, ma non più “classica”.

L’intellettuale è cambiato, gravita attorno a nuove istituzioni culturali (la Chiesa e l’accademia, più che la corte), ma non è ancora impegnato consapevolmente nella elaborazione di nuovi valori e di nuove forme artistiche. Pertanto, si continuano a proporre le forme del passato (che sono quelle tipiche dell’età umanistica), anche se ormai i contenuti tipici dell’arte classica vengono ritenuti per lo più inconciliabili con la morale controriformistica.

Quindi, anche se si continua ad affermare che bisogna imitare i classici, si sostiene che tale imitazione debba comportare però una selezione tra i contenuti da loro proposti: possono essere imitati solo quelli che possono essere attualizzati, cioè che possono essere validi per l’uomo moderno.
Inoltre, più che all’imitazione dei classici si dà importanza all’imitazione della natura, ma anche in questo campo opera la censura: sono degni di imitazione solo gli aspetti della natura poeticamente trasfigurabili: tutto ciò che attiene alla sfera del brutto, dello sgraziato, del deforme non può essere oggetto dell’opera d’arte.
Fiorisce tutta una precettistica, con una rigorosa determinazione degli argomenti “poetabili” (cioè, degni di essere oggetto di un’opera d’arte) e di quelli non poetabili.
In effetti, tipica del Cinquecento è la riflessione su problemi di poetica, prendendo spunto ancora una volta dalle teorie elaborate nell’epoca antica. Nel corso del Cinquecento, infatti, viene meno la fiducia nell’ideale di uomo tipico dell’età umanistico-rinascimentale e gli intellettuali, più che impegnarsi nella produzione creativa, tendono ad irrigidirsi in uno studio pedante degli aspetti formali dell’arte.

Il primo sintomo è un’attenzione ossessiva allo studio della retorica, che non è più sentita tanto come arte del persuadere (così com’era sentita nell’età antica ed anche in epoca umanistica), ma come un insieme di norme relative agli aspetti formali di una letteratura intesa soprattutto come “ornamento della vita”.
Le accademie, che fioriscono e si moltiplicano con incredibile rapidità tra Cinquecento e Seicento, si specializzano sempre di più (mentre i cenacoli umanistici erano luoghi di confronto e di scambio sui temi e le problematiche più varie): alcune studiano la retorica, altre la lingua, altre il teatro ecc.
Gli artisti, insomma, tendono più che mai in quest’epoca a specializzarsi. Il valore non è più l’intellettuale versatile e capace di spaziare nei vari campi dell’arte e del sapere (com’era tipico dell’età umanistica); ora si tende a separare e a specializzare i vari percorsi: lo scopo è quello di raggiungere una sempre maggiore perfezione nell’utilizzo degli strumenti tecnici dell’arte (aspetti formali), a scapito dei contenuti.
Grande interesse suscita in questa fase la Poetica di Aristotele: l’opera era stata ritrovata già alla fine del Quattrocento, ma è adesso che gli intellettuali la studiano con particolare impegno, perché ritengono che essa possa rappresentare la base per formulare una serie di precetti a cui rifarsi nella produzione letteraria.
Tutto ciò denuncia la profonda insicurezza degli intellettuali in quest’epoca: essi devono stare attenti a ciò che dicono, per timore di incorrere nella censura della Chiesa. Pertanto, hanno bisogno di rifarsi ad un’autorità certa (e Aristotele lo era per unanime riconoscimento), per essere sicuri di non prestare il fianco a critiche e ad accuse dei contemporanei. Aristotele forniva una serie di norme che vennero assunte dai manieristi come una sorta di “vangelo”, cioè come un insieme di regole fisse, cristallizzate e assolutamente immutabili: tutto ciò, tra l’altro, a prezzo di dubbie interpretazioni e, in qualche caso, di vere e proprie ulteriori deformazioni del pensiero di Aristotele.
 
Comune a Manierismo e Barocco è lo stravolgimento degli schemi e dei modelli equilibrati del Classicismo: ma mentre il Manierismo agisce all’interno delle forme classiche, corrodendole e facendole quasi ripiegare su se stesse, il Barocco tende invece a far esplodere quelle forme, proiettandole all’esterno, variandole e moltiplicandole, in una ossessiva ricerca del “nuovo”.
Il Manierismo tende a scomporre i particolari, a separarli tra loro; il Barocco tende invece a moltiplicarli. Esso cerca una nuova comunicazione, uno scambio incessante con la natura: l’arte viene percorsa dal flusso vivace della natura che viene catturata e ricreata nell’arte (significativo è il gusto barocco per le fontane), in un trionfo della spettacolarità, degli effetti scenografici proiettati in tutte le direzioni.
Il Manierismo ha rapporti tortuosi e difficili col pubblico, al quale spesso sembra nascondere ciò che vuole comunicare; il Barocco, invece, cerca sempre di fare effetto sul pubblico, vuole sollecitarne il piacere e la meraviglia attraverso un uso sensuale dei mezzi artistici, dei quali potenzia tutte le capacità di illudere e di ingannare.
L’arte barocca manifesta curiosità per le scoperte tecniche e scientifiche dell’epoca, per le nuove intuizioni sull’Universo, ma per lo più questa curiosità è soltanto esteriore, interessata soltanto ala meraviglie che gli artisti possono suscitare con quelle novità.

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Prof.ssa Angelica Piscitello